Alla scoperta dell’empatia: cos’è, che ruolo ha nella nostra vita e come può essere allenata

La dott.ssa Pamela Franchi, psicologa Humanitas Medical Care, ai microfoni di Radio Number One ha spiegato quali sono i meccanismi dell’empatia, che ruolo ha nella nostra vita e come si può allenare, anche alla luce delle nuove abitudini legate a un maggiore uso dei social network.

Cos’è l’empatia? 

“È difficile dare una definizione univoca, ma l’empatia può essere descritta come un costrutto multidimensionale, un processo che si verifica quando l’osservazione o l’immaginazione di stati affettivi altrui induce stati condivisi con l’osservatore. Coinvolge le aree della condivisione affettiva, autoconsapevolezza, e la capacità di differenziarsi dagli altri.

L’empatia è la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di indossare scarpe usate da un altro per una vera e propria maratona, scarpe con cui ha percorso moltissimi chilometri: in questo modo si riescono a percepire le emozioni e i pensieri di chi ci sta vicino, proprio come li ha percepiti l’altro. Una competenza emotiva, quindi, che permette di sintonizzarsi sulla frequenza dell’altro. Comporta due attivazioni di tipo differente: da un lato, una attivazione di tipo emotivo, ossia riuscire ad avvertire la tristezza, il fastidio o la difficoltà dell’altro. Dall’altro lato, l’attivazione cognitiva che consente di comprendere i perché del problema e degli stati emotivi dell’altro”. 

L’empatia è solo il frutto di un apprendimento sociale? 

“La componente di apprendimento sociale è certamente importante, ma non l’unica. Nella storia della psicologia, le teorie dell’apprendimento sociale sono state il primo approccio all’empatia. Solo a partire dagli ‘80 e ‘90 sono stati condotti una serie di studi che hanno evidenziato come l’empatia sia sostenuta da una particolare classe di neuroni: i neuroni a specchio. A livello neurobiologico, si attivano sia nella persona che prova un’emozione, sia in chi gli è accanto. Osservare e immaginare l’altro in un determinato stato emotivo  attiva nell’osservatore il medesimo correlato neurale”. 

Tutti gli esseri umani hanno la medesima capacità di essere empatici? 

“Non tutti hanno la stessa capacità di essere empatici: questo avviene perché l’empatia è sempre il risultato dell’interazione di una serie di fattori bio-psico-sociali. La componente neuronale alla base dell’empatia è presente in ognuno di noi, ma lo sviluppo dell’empatia dipende da un processo di apprendimento che può avvenire in maniera anche profondamente diversa. Ad esempio, a seconda delle relazioni che si stabiliscono durante la prima infanzia, che verranno poi sviluppate nel corso della vita. Sono quindi fondamentali le relazioni primarie, ad esempio quella mamma-bambino”. 

Esistono quindi persone non empatiche? 

“Certo, la mancanza di empatia caratterizza ad esempio tutte le forme di psicopatia contraddistinte da un deficit dell’empatia .All’interno della sfera dei disturbi psicologici e psicopatologici possiamo registrare delle mancanze nello sviluppo di questa competenza. Da un lato, può venire meno la componente affettiva. Dall’altro, quella più propriamente cognitiva. Ad esempio, nei disturbi gravi come la schizofrenia si verifica una mancanza di empatia affettiva: a livello cognitivo il paziente comprende lo stato d’animo e la situazione dell’altro, ma non riesce ad attivarsi, è come ingabbiato, non è in grado di manifestare ed accogliere i sentimenti dell’altro. Al contrario, una carenza cognitiva si verifica in caso di disturbi della sfera autistica o tratti borderline di personalità: chi ne soffre percepisce quello che arriva dall’altro, ma non lo riesce a decodificare”. 

Si può allenare l’empatia? 

“Siamo fortunati, tutto ciò che ci riguarda è allenabile. L’empatia viene definita una soft skill, richiesta anche nel mondo del lavoro per migliorare le performance lavorative e relazionali. Per allenarla sono disponibili percorsi di alfabetizzazione emotiva, importanti sin da piccoli, in età infantile. Prevedono ad esempio giochi, come quelli di role-playing, che incoraggiano l’empatia. Oppure discussioni su fatti che accadono, in modo da far circolare il loro sentire: da un lato per comprendere la situazione, dall’altro per mettere in gioco i propri sentimenti. Qualsiasi rapporto terapeutico, infine, dovrebbe aumentare l’empatia attraverso la sperimentazione diretta di questo processo. Il terapeuta – utilizzandola – riesce a sintonizzarsi con il mondo interiore del paziente. Il paziente, invece, sentendosi compreso e accolto, riesce ad affidarsi nel percorso di cura e cambiamento”.

L’uso dei media e dei social è aumentato durante la pandemia Covid-19. Quale impatto sull’empatia? 

“Dalle ultime ricerche – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – è emerso come  l’utilizzo dei social e dei media in generale sia correlato ad un buon livello di capacità empatica, perlomeno in chi aveva già sviluppato questa competenza emotiva. Il contraccolpo che questi ultimi hanno verosimilmente dovuto sperimentare è un maggior livello di ansia, generato dal coinvolgimento emotivo più elevato determinato dalla situazione pandemica. L’uso dei media, il bombardamento informativo, non ha certamente giovato alle persone molto empatiche, perché a volte può risultare difficile differenziarsi dall’altro e rientrare nei propri panni, interiorizzando eccessivamente la situazione di negatività che la situazione porta necessariamente con sé”.

Psicologia
Dr.ssa Pamela Franchi
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