La calcolosi renale è una malattia molto diffusa in Italia: secondo gli ultimi dati, si stima che il 13% della popolazione fra i 20 ed i 70 anni abbia avuto almeno un episodio di colica renale nella vita, una percentuale in progressivo aumento negli ultimi decenni. 

Colpisce prevalentemente soggetti in età adulta, con un picco di incidenza fra i 30 ed i 60 anni e con un rapporto uomo-donna di 3 a 1.  

Ne abbiamo parlato con il dottor Enzo Corghi, nefrologo in Humanitas Medical Care Arese.

I calcoli renali: cosa accade durante una colica

I calcoli renali sono formazioni “di materiale duro e di diversa composizione (calcio, ossalato, acido urico, fosfato, ammonio, magnesio in proporzioni variabili ed in diverse  forme di cristallizzazione) che si formano sulla superficie del bacinetto renale e possono dare origine, spostandosi nell’uretere verso la vescica, ad episodi acuti di colica renale, molto dolorosi e spesso recidivanti nell’arco di pochi di giorni o settimane”, ha spiegato il dottor Corghi.

Se il volume non è eccessivo (pochi millimetri di diametro), i calcoli possono essere espulsi spontaneamente al termine delle coliche, ma se di maggiore dimensione danno origine ad un’ostruzione parziale o completa della via urinaria interessata, e per questo devono essere rimossi attraverso un intervento chirurgico.

Le recidive: quando le coliche diventano croniche

Anche se negli ultimi decenni la chirurgia ha sviluppato nuove tecniche per la rimozione dei calcoli (come la litotrissia extracorporea e l’ureterorenoscopia) meno invasive e meno dolorose rispetto agli interventi chirurgici di un tempo, l’esperienza di una colica renale resta comunque un episodio estremamente sgradevole, sia per l’intensità del dolore (che le pazienti di sesso femminile descrivono come superiore a quella del parto), sia perché impone un imprevisto ed inevitabile stop alle normali attività della vita quotidiana. 

“I dati epidemiologici, inoltre – ha aggiunto il medico – segnalano che chi ha avuto un episodio di calcolosi tende, nel 60-70 % dei casi, ad accusare una o più recidive nel giro dei 10 anni successivi, configurando la calcolosi renale come una malattia cronica punteggiata da episodi acuti. Sorge quindi, la necessità di prevenire le recidive o ridurne comunque la frequenza”, ha avvertito Corghi.

La prevenzione delle recidive

La calcolosi renale è l’espressione di diverse alterazioni metaboliche di origine congenita, unitamente a stili alimentari e di vita individuali o familiari che favoriscono la precipitazione nelle urine dei materiali che danno origine ai calcoli, che, come già detto, possono avere composizioni chimiche molto differenti.

Per impostare un programma terapeutico efficace mirato alla prevenzione delle recidive è quindi necessario “analizzare in ogni singolo caso la composizione dei calcoli prodotti e la presenza e l’importanza relativa delle varie componenti congenite o ambientali”

Una volta verificatosi il primo episodio di colica, è possibile,  attraverso uno studio dei parametri biochimici del paziente e sotto la guida dello specialista nefrologo, valutare i fattori causali e di rischio individuali ed impostare un efficace trattamento dietetico e/o farmacologico per prevenire le recidive.

L’indagine consiste nell’analisi chimica del calcolo (se  vi è stata la possibilità di conservare il materiale espulso)  e/o in un esame combinato del sangue e delle urine in cui dosare gli elementi chimici coinvolti nella produzione dei calcoli. Per la  valutazione preliminare del paziente, della sua storia clinica e dei fattori di rischio presenti e per la prescrizione della valutazione metabolica appropriata per il singolo caso clinico è necessario effettuare una visita specialistica nefrologica. 

Attraverso i dati ricavati dall’analisi del calcolo e dalla valutazione metabolica lo specialista nefrologo, riuscirà a dare le indicazioni dietetiche e comportamentali adeguate alpaziente, con l’eventuale prescrizione di farmaci o integratori,  se ritenuti necessari. 

Dopo le prime due valutazioni è in genere indicata un’ulteriore valutazione di controllo “a distanza di 6-12 mesi per verificare l’efficacia del trattamento prescritto sui parametri precedentemente alterati”, ha consigliato lo specialista. 

“Il programma di prevenzione, se correttamente seguito, consente una riduzione di almeno il 50% delle recidive”, ha concluso il medico.