La dislessia è uno dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) ed è, in particolare, quello che interessa l’abilità di lettura. 

Ne parliamo con la dottoressa Giulia Fusari, logopedista in Humanitas Medical Care che aiuterà i genitori a riconoscere in tempo questo disturbo.

I campanelli di allarme

Lentezza e/o scorrettezza nella lettura, sono le più diffuse e principali criticità che si manifestano in chi soffre di dislessia e sono quindi i primi campanelli di allarme di cui un genitore deve tenere conto; talvolta, a queste, si somma anche una difficoltà nella comprensione del testo letto.

“Capita a tutti di distrarsi per un momento e commettere qualche errore – chiarisce la dottoressa -, ma nel caso della dislessia la questione è più complessa, perché gli errori sono commessi nonostante l’impegno e la concentrazione sul testo”. 

“Gli errori più frequenti possono essere le inversioni o le sostituzioni di alcune lettere, ma le difficoltà si possono estendere anche nella copia dalla lavagna oppure nella lettura di note musicali, simboli e numeri”.

Perché non si deve sottovalutare questo disturbo?

Le conseguenze a cui spesso vanno incontro i ragazzi con Disturbi dell’Apprendimento che “non siano stati individuati e accompagnati nel loro percorso scolastico e di crescita sono ormai note – spiega la logopedista – abbassamento del livello curriculare conseguito, prematuro abbandono scolastico nel corso della scuola secondaria di secondo grado, riduzione della realizzazione delle potenzialità sociali e lavorative dell’individuo, possibile sviluppo di ansia, depressione, disturbo oppositivo provocatorio o della condotta”.

Capire come un simile disturbo possa causarne altrettanti è semplice: “Provate a immaginare di avere una difficoltà nello svolgere un’attività che vi costa estrema fatica, in cui non eccellerete mai, ma che comunque siete obbligati a svolgere – racconta Fusari – e in cui la maggior parte dei coetanei, invece, non sembra avere problemi. Come vi sentireste al terzo, quarto, decimo fallimento? Dopo quanto iniziereste a credere di essere poco brillanti? Per molti ragazzi è così almeno dall’inizio delle scuole, tanti di loro quindi non proseguiranno gli studi, o metteranno in atto comportamenti riferibili a scarsa motivazione o bassa autostima. 

“Genitori e scuola rivestono un ruolo di primaria importanza perché spesso è proprio a scuola o in famiglia che si individua l’emergere delle difficoltà e tocca quindi a queste figure il compito di “segnalare” i bambini o i ragazzi sospetti”, spiega Fusari. 

Come guarire?

“Trattandosi di un disturbo cronico e non di una patologia per definizione non si può curare”, chiarisce la logopedista. “Ciò che è possibile fare è limitare le conseguenze negative attraverso un’identificazione precoce dei soggetti a rischio (screening) e una diagnosi (alla fine del secondo anno della scuola primaria di primo grado) approfondita e globale, che porti alla luce le difficoltà e i punti di forza”, ha aggiunto.

Il passo successivo sarà l’impostazione di un trattamento logopedico e neuropsicologico mirato a implementare i punti di forza e compensare adeguatamente le difficoltà specifiche; verranno inoltre scelti gli strumenti compensativi e dispensativi da adottare. 

Il ruolo del logopedista

Nella pratica clinica il logopedista svolge mansioni differenti a seconda del momento in cui il paziente viene preso in carico. 

Le aree di intervento comprendono: il potenziamento dei prerequisiti dell’apprendimento scolastico, la riabilitazione del processo di lettura,  potenziamento della comprensione del testo e del metodo di studio. 

Piccoli consigli ed esercizi da fare a casa con i bambini

Innanzitutto “consiglio a tutti i genitori di aspettare un pò prima di pensare che i propri figli siano svogliati o pigri a scuola, soprattutto nei primissimi anni della Scuola Primaria – precisa la logopedista -. Se emerge qualche difficoltà provate a prendervi del tempo in più, per quanto possibile, per stare accanto ai vostri bambini durante lo svolgimento dei compiti a casa provando a motivarli affinché provino da soli, ma supportandoli quando non riescono”. 

“Per i più piccoli, che ancora non hanno iniziato la scuola, potete stimolare le abilità che stanno alla base degli apprendimenti: dividete le parole in sillabe e associate a ogni sillaba un salto, oppure un battito di mani; giocate a trovare le rime oppure a pensare a tutte le parole che iniziano o finiscono con un suono (la sillaba iniziale o finale di una parola). La prima regola è sempre la stessa: si impara giocando!”, conclude la dottoressa Fusari.