Il tumore della prostata rappresenta oltre il 30% dei tumori diagnosticati negli uomini a partire dai 50 anni. Entro il 2020 si stimano circa 37.000 nuove diagnosi, pari 100 nuovi casi al giorno.

Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Greco, responsabile del reparto di Urologia in Humanitas Gavazzeni e Adjunct Teaching Professor Humanitas University, disponibile per un consulto anche nel nuovo poliambulatorio Humanitas Medical Care De Angeli, a Milano, che porta così l’esperienza e la professionalità dell’Istituto Clinico anche in centro città.

Disturbi e tumore della prostata, la prevenzione parte dall’informazione

“La prostata è una parte del corpo che è celata alla vista, quindi più facilmente trascurabile, di cui ancora le persone sanno poco – ha spiegato il professore -. Così tendono ad affrontare i problemi solo quando diventano ingestibili”. 

Si tratta di un organo fibromuscolare e ghiandolare, di cui solo gli uomini sono dotati, delle dimensioni di una castagna, che si trova al di sotto della vescica e circonda l’uretra: “La sua più importante funziona è quella di produrre una parte del liquido seminale, quindi le sue alterazioni possono influenzare la fertilità maschile”. 

In secondo luogo, è molto importante parlarne perché “la malattia prostatica, anche senza arrivare al tumore, ha una sintomatologia che intacca la quotidianità degli uomini, fin negli ambiti più intimi e di per sé legati a forme di tabù più o meno forti. Si pensi alla difficoltà a urinare dovuta all’ingrossamento di questa ghiandola”.

Quando iniziare le visite di controllo e quali esami fare

“Innanzitutto bisogna ricordare ad ogni uomo di non sottovalutare i segnali del corpo: difficoltà nella minzione, se risulta accentuata o ridotta, e difficoltà di erezione – ha detto il primario di Urologia -. E poi ci sono degli esami medici, che vanno fatti superando la paura e il tabù: a partire dai 45 anni e, in caso di familiarità, a partire dai 40 anni è utile effettuare un semplice prelievo di sangue attraverso cui si valuta il livello di PSA. Questo antigene funziona come spia di attenzione: una sua alterazione fa scattare controlli più approfonditi, ma non è un marcatore tumorale specifico. Elevati livelli di PSA o livelli crescenti nel tempo possono indicare sia una patologia benigna sia una patologia maligna richiedendo quindi necessaria una diagnosi differenziale.

Nel caso lo specialista urologo lo ritenesse utile, soprattutto di fronte a un rialzo del PSA e a condizioni di familiarità con il tumore della prostata, prescriverà ulteriori indagini per arrivare a una diagnosi precisa. “Per prima cosa, occorre valutare dimensioni e consistenza della prostata e questo si ottiene con l’esplorazione rettale e con l’ecografia prostatica transrettale”, ha chiarito Greco.

Negli ultimi anni ha assunto un ruolo rilevante anche la risonanza magnetica prostatica multiparametrica, esame non invasivo che permette una mappatura dell’intero volume prostatico per l’identificazione di zone sospette. Tuttavia la diagnosi definitiva di adenocarcinoma richiede sempre l’esecuzione di una biopsia, un esame che viene generalmente eseguito in anestesia locale ambulatorialmente oppure tramite un day hospital”.

La prevenzione è efficace?

“Sebbene asintomatico nelle fasi iniziali, il tumore alla prostata è sempre un tumore che, se non diagnosticato e trattato, può determinare una progressione fino ad arrivare alle metastasi a distanza. È sufficiente il controllo annuale del PSA per vivere più sereni. Più gli uomini impareranno a dialogare con medici di famiglia e urologi, più possibilità di saranno di agire in anticipo sul tumore della prostata, il che significa poter accedere a una chirurgia mini-invasiva e conservativa. Le opzioni chirurgiche oggi prevedono tecniche laparoscopiche e robotiche, che si traducono in minor invasività e in una più rapida ripresa delle attività quotidiane”.

Il valore della prevenzione emerge ancor di più nei casi in cui occorre intervenire chirurgicamente sulla prostata. “Grazie a diagnosi precoce e sensibilizzazione – ha spiegato il professor Francesco Greco, responsabile di Urologia di Humanitas Gavazzeni -, si è ridotto il ricorso a interventi radicali a favore di quelli conservativi in cui si asporta solo il tumore preservando l’organo o altre strutture nervose”. 

La chirurgia minivasiva e robotica per operazioni più sicure un veloce ritorno alla quotidianità

Questi interventi conservativi vengono oggi effettuati con tecniche mininvasive, tra cui la chirurgia robotica. «La chirurgia con robot – ha detto l’urologo – riduce il trauma sui tessuti e permette un’estrema precisione del gesto, ingrandendo di 10 volte la visione dell’occhio umano l’area su cui intervenire grazie alla proiezione del campo operatorio con immagini ferme ad alta risoluzione 3D su schermo full HD. Così distinguiamo le strutture anatomiche più piccole, difficilmente visibili ad occhio nudo, e preserviamo i tessuti sani. Tale chirurgia, che prevede incisioni cutanee di 5-10 mm per l’inserimento degli strumenti, riduce il sanguinamento, il dolore post operatorio, la degenza e la convalescenza, con un rapido ritorno alla quotidianità. Ma il vantaggio maggiore lo si ha a livello funzionale, garantendo migliori risultati nel recupero della continenza urinaria e dell’erezione nel postoperatorio”.

Per richiedere un consulto con il professor Greco a Milano presso Humanitas Medical Care Milano De Angeli visita la pagina del centro.