Risonanza magnetica, l’esame a basso campo magnetico non richiede l’esame nel “tubo”

Tra le metodiche di imaging, cioè di diagnosi clinica eseguita con l’ausilio di apposite strumentazioni, si riconoscono tre “grandi sorelle” di tecniche tomografiche, in grado cioè di visualizzare le strutture del corpo analizzate su piani differenti, come se fosse tagliato a fettine.

La prima è la TAC, introdotta fin dalla metà degli Anni 70, la seconda è l’ecografia e la terza e la risonanza magnetica. Ognuna di esse ha un modo differente di interagire, rispetto alle altre due, con il nostro organismo e queste le rende tutte ugualmente importanti per quanto riguarda il loro ambito di applicazione diagnostica.

Concentriamoci sull’ultima delle tre sorelle, la risonanza magnetica, e scopriamo in che cosa consiste, come funziona e quali risultati permette di ottenere, con l’aiuto del dottor Giovanni Carbognin, medico radiosenologo che svolge la sua attività presso il Centro Medico Humanitas Medical Care di via Camozzi a Bergamo.

Dottor Carbognin che tipo di esame è la risonanza magnetica?

«È un esame strumentale che sfruttando un campo magnetico molto forte riesce a permettere una visualizzazione di parti del nostro corpo molto ampia, dettagliata, si può dire addirittura anatomica perché a guardare le immagini fornite da questo esame è come se si sfogliasse un atlante di anatomia».

Come agisce il campo magnetico che è alla base del funzionamento della risonanza magnetica?

«Il campo magnetico che viene attivato durante l’esecuzione della risonanza magnetica agisce sui protoni dell’acqua presenti all’interno del nostro corpo – che come sappiamo è composto al 75-80% da acqua – allineandoli secondo la direzione del campo magnetico. Attraverso l’utilizzo di impulsi di radiofrequenza questa condizione viene “eccitata” provocando un movimento dei protoni che porta alla produzione di energia che viene raccolta da speciali antenne, le bobine, attraverso cui viene prodotta l’immagine della parte sottoposta a esame: encefalo, mammelle, colonna lombo sacrale, ecc.».

Come si traduce questa attività dal punto di vista diagnostico?

«Questo meccanismo offre la possibilità di evidenziare le diverse concentrazioni d’acqua presenti nei vari tessuti e organi, che ha come conseguenza la produzione di segnali diversi e, in particolare, colorazioni specifiche legate agli stessi tessuti e organi».

Grazie a questo percorso, quali sono gli ambiti d’indagine clinica più adatti alla risonanza magnetica?

«Per quanto detto prima, la risonanza magnetica è estremamente adatta per analizzare i tessuti molli e gli organi in generale, in particolare quelli le cui differenze di colore sono più difficili da evidenziare, ad esempio, con un’immagine offerta dalla TAC. Prendiamo ad esempio il cervello: se facciamo una TAC dell’encefalo riusciamo a ottenere sfumature di grigio non così raffinate da fornire un’immagine precisa di tutte le strutture presenti. La risonanza magnetica invece da questo punto di vista è “bravissima”, riesce a distinguere per esempio la corteccia dalla sostanza bianca e a evidenziare anche componenti poste all’interno, nelle sedi più profonde dell’encefalo come i nuclei della base e il cervelletto».

Quali sono le patologie riscontrabili con l’esecuzione della risonanza magnetica?

«I punti forti di questo esame sono lo studio dell’encefalo, lo studio dell’addome e lo studio dell’apparato muscolo-scheletrico. Tutte le volte che si nota una differenza di colorazione rispetto a quella attesa, significa che c’è una patologia. La risonanza può individuare con una certa precisione la presenza di forme tumorali: non bisogna dimenticare che un tumore per crescere ha bisogno di tanto sangue e quindi di tanti vasi. Una condizione che è riscontrabile, quando richiesto, con l’utilizzo di un mezzo di contrasto».

E nell’ambito muscolo-scheletrico?

«La risonanza magnetica è l’indagine più accurata in tutti gli ambiti in cui c’è esigenza di evidenziare eventi traumatici o alterazioni strutturali che riguardano le ossa. Se parliamo di muscoli, invece, per le lesioni più ordinarie e facilmente localizzabili può essere sufficiente una TAC, mentre invece è necessaria la risonanza tutte le volte che la ricerca riguarda piccole lesioni muscolari, soprattutto se riguardano sportivi importanti, di interesse assoluto».

Esistono varie tipologie di apparecchiature attraverso cui eseguire risonanze magnetiche?

«Sì, ci sono due grandi famiglie di apparecchiature, quelle a basso campo e quelle ad alto campo. Le apparecchiature ad alto campo vengono utilizzate per gli studi più sofisticati, come quelli che riguardano, ad esempio, il cuore, la prostata, il carcinoma della mammella. Quelle a basso campo sono utilizzate invece per studi altrettanto raffinati ma più comuni, richiesti più frequentemente, che riguardano in particolare parti del corpo che fanno capo all’ambito muscolo-scheletrico, come ad esempio il ginocchio, la caviglia, la spalla, la colonna lombo-sacrale. Il vantaggio del campo magnetico basso è per applicarlo possono essere utilizzati magneti cosiddetti “aperti” che non richiedono quindi che il paziente entri nel “famigerato” tubo che spesso è causa di preoccupazione per chi soffre di claustrofobia».

In Humanitas Medical care di Bergamo quale tipo di risonanza magnetica eseguite?

«Nell’Humanitas medical Care di via Camozzi a Bergamo eseguiamo esami con un magnete a basso campo aperto. Quindi in quella sede possiamo agire in tutto l’ambito muscolo-scheletrico, che peraltro è quello in cui, in generale, si registrano le maggiori richieste».

Radiologia
Dott. Giovanni Carbognin

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