Il tumore del collo dell’utero colpisce in Italia ancora circa 2.500 donne ogni anno, prevalentemente sotto i 50 anni. Purtroppo è spesso asintomatico, soprattutto negli stadi iniziali. Quando invece compaiono i sintomi, come sanguinamenti vaginali anomali o dolore pelvico, la malattia è spesso in uno stadio tale da richiedere trattamenti invasivi, come l’isterectomia. Fortunatamente oggi disponiamo di due strumenti che stanno rivoluzionando la storia naturale di questa malattia: i test di screening (Pap test e HPV test) e la vaccinazione anti-HPV.
Approfondiamo questi aspetti con la dottoressa Carlotta Castellani, ginecologa presso i centri medici Humanitas Medical Care.
Tumore del collo dell’utero e HPV
Anatomicamente, il collo dell’utero (noto anche come cervice uterina o portio) è la parte dell’utero che sporge nella vagina, visualizzabile mediante l’inserimento di uno speculum. Ha una forma cilindrica ed è dotato di un canale centrale (canale cervicale) che mette in comunicazione la vagina con l’interno del corpo uterino (cavità endometriale). Questo canale permette il passaggio del flusso mestruale, la risalita degli spermatozoi durante il concepimento e la fuoriuscita del neonato al parto.
La quasi totalità dei tumori del collo dell’utero ha una causa ben precisa: l’infezione da HPV. L’HPV, acronimo inglese di Papillomavirus Umano, è un virus molto diffuso nella popolazione sessualmente attiva: si stima, infatti, che la maggior parte delle persone lo acquisisca almeno una volta nella vita.
Esistono diversi ceppi di HPV: alcuni ceppi, definiti a basso rischio oncogeno (come HPV 6 e 11), sono responsabili di lesioni benigne come i condilomi, mentre altri ceppi, definiti ad alto rischio oncogeno (come HPV 16 e 18), sono associati a lesioni maligne come il tumore del collo dell’utero (ma anche della vagina, della vulva, dell’ano e dell’orofaringe). A differenza di altre infezioni a trasmissione sessuale, l’infezione da HPV è trasmessa anche con rapporti sessuali non penetrativi (quindi si acquisisce anche tra partner dello stesso sesso) e, purtroppo, il preservativo non garantisce una protezione totale.
Mentre nella maggior parte delle donne l’infezione si risolve spontaneamente, in alcune il virus può integrarsi nel DNA delle cellule del collo dell’utero provocando, nel corso di diversi anni, delle anomalie cellulari (lesioni pretumorali) che possono lentamente, ma non necessariamente, progredire verso il tumore. Molte donne dunque acquisiscono l’infezione, ma solo pochissime sviluppano il tumore. Poiché non esistono farmaci in grado di trattare l’infezione in atto, due strategie sono oggi fondamentali per prevenire il tumore del collo dell’utero: l’identificazione delle donne a rischio di lesioni pretumorali attraverso i test di screening e la protezione dall’infezione mediante la vaccinazione.
Test di screening: Pap test e HPV test
Entrambi gli esami hanno lo scopo di identificare le donne a rischio di sviluppare lesioni pretumorali di alto grado (CIN2+) o perché infette da un ceppo di HPV ad alto rischio oncogeno o perché portatrici di un’anomalia cellulare. La differenza tra i due esami risiede nel fatto che, mentre l’HPV test ricerca la presenza del virus (causa), il Pap test ricerca le anomalie cellulari indotte dal virus (effetto).
Entrambi gli esami si eseguono inserendo uno speculum in vagina per visualizzare il collo dell’utero e prelevando cellule dal collo dell’utero mediante una spatola e/o un tampone. È una procedura rapida e generalmente indolore. Il materiale prelevato viene poi analizzato per ricercare il DNA virale (HPV test) oppure eventuali alterazioni citologiche (Pap test).
In Italia, il programma di screening offerto gratuitamente alla popolazione femminile, mediante l’invio di una lettera di invito a domicilio, prevede due percorsi differenziati in base all’età:
- a partire dai 25 anni di età, un Pap test ogni tre anni
- a partire dai 30 anni di età e fino ai 65 anni di età, un HPV test ogni 5 anni.
La frequenza di questi esami può essere personalizzata in base a fattori di rischio personali, dopo consulenza con il ginecologo. A seguito di un Pap test o HPV test anomalo, il ginecologo può richiedere un esame complementare (detto test di triage) rappresentato dall’HPV test se la paziente ha eseguito un Pap test come test primario o dal Pap test se la paziente ha eseguito un HPV test come test primario.
Se al test di triage viene confermata la presenza di un’anomalia, la paziente può essere inviata a eseguire una colposcopia come esame di approfondimento. La colposcopia prevede, dopo inserimento di uno speculum, l’osservazione del collo dell’utero mediante un microscopio. Laddove fossero osservate aree anomale, il ginecologo può contestualmente eseguire un piccolo prelievo di tessuto (biopsia cervicale) per confermare la diagnosi.
Come funziona la vaccinazione anti-HPV
Il vaccino è uno strumento molto efficace per prevenire l’infezione da HPV e quindi ridurre il rischio di tumore del collo dell’utero, oltre che di altri tumori correlati a HPV (vulva, vagina, ano, orofaringe) e dei condilomi. La sua efficacia è massima nelle persone che non hanno ancora acquisito l’infezione, quindi prima dell’esordio dell’attività sessuale.
In Italia, infatti, la vaccinazione è innanzitutto raccomandata e offerta gratuitamente a ragazze e ragazzi al compimento degli 11 anni di età. Nelle donne che hanno già avuto rapporti sessuali, anche se la probabilità che abbiano già acquisito l’infezione da alcuni genotipi è alta, la vaccinazione è comunque consigliabile come protezione parziale nei confronti dei ceppi virali non ancora contratti.
Il vaccino attualmente disponibile in Italia è nonavalente, cioè fornisce protezione contro i nove più comuni genotipi di HPV (HPV 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58). Dal momento che il vaccino non fornisce protezione nei confronti di tutti i ceppi di HPV, è opportuno che anche le donne vaccinate continuino a eseguire i test di screening (Pap test e HPV test).