L’anca è un’articolazione complessa, fondamentale per mantenere la posizione eretta e per la deambulazione. Nei primi mesi di vita del neonato, l’anca si modifica e con il tempo prende la forma che manterrà in età adulta. Quando questo processo non segue un andamento regolare può comparire la displasia dell’anca nel neonato.
Ne parliamo con il professor Nicola Portinaro, chirurgo ortopedico pediatrico presso Humanitas Medical Care.
Cos’è la displasia dell’anca nel neonato?
La displasia dell’anca, chiamata anche displasia evolutiva dell’anca, o DDH dall’inglese Developmental Dysplasia of the Hip, è un’alterazione dello sviluppo dell’anca: la testa del femore e l’acetabolo non si sviluppano in modo armonico e il rapporto tra le due strutture può risultare modificato.
La gravità varia lungo un continuum: nei casi più leggeri la testa del femore resta in contatto con l’acetabolo pur con una forma non perfettamente sviluppata; nei casi più seri si arriva alla lussazione, dove i due capi articolari non restano più a contatto.
Questa situazione compare più spesso nelle femmine e soprattutto sul lato sinistro.
Quali sono i sintomi della displasia dell’anca nel neonato?
Nella maggior parte dei neonati non compaiono sintomi né dolore, e il quadro può restare silenzioso nei primi mesi. Quando presenti i segnali più evidenti di displasia riguardano la simmetria del corpo e la mobilità dell’anca.
Può comparire un’asimmetria delle pieghe cutanee delle cosce, una ridotta apertura dell’anca verso l’esterno e una sensazione di instabilità articolare.
Quali sono le cause della displasia dell’anca?
Le cause della displasia dell’anca non sono sempre riconducibili a una singola causa, ma vi sono alcuni fattori di rischio specifici.
Tra questi rientrano il sesso femminile, la presenza di casi simili nella famiglia e la posizione podalica del feto durante la gravidanza.
Una parte consistente dei neonati con displasia non ha però alcun fattore di rischio evidente, segno che il quadro può comparire anche senza elementi predisponenti.
Come avviene la diagnosi?
La diagnosi si basa sulla visita del pediatra e dell’ortopedico e, nei primi mesi di vita, sull’ecografia dell’anca che permette di osservare lo sviluppo delle strutture prima che avvenga la completa ossificazione, quando l’articolazione è ancora formata in gran parte da cartilagine.
Attraverso questo esame è possibile valutare il grado di maturazione dell’acetabolo e riconoscere eventuali ritardi nello sviluppo oppure forme più alterate.
Quando l’ossificazione è più avanzata, può essere necessario ricorrere anche alla radiografia per ottenere ulteriori informazioni.
L’ecografia dell’anca è indolore per il bambino: per questo è importante effettuare l’esame entro i primi 2-3 mesi di vita, anche se non vi sono sintomi evidenti, o prima nei bambini con fattori di rischio.
Come si cura la displasia dell’anca nel neonato?
Il trattamento varia in base al momento in cui la situazione viene individuata, all’età del bambino e alla gravità del quadro, nonché alla presenza o meno di lussazione.
Nei primi mesi di vita si ricorre spesso a dispositivi ortopedici che mantengono la testa del femore all’interno dell’acetabolo, favorendo la maturazione dell’articolazione. Questi strumenti devono essere indossati per alcune settimane, con controlli periodici per seguire l’evoluzione nel tempo.
Quando c’è instabilità o una vera lussazione, possono essere utilizzati tutori che mantengono l’anca in una posizione stabile per un periodo che varia in base alla gravità del quadro. In questa fase il monitoraggio costante permette di valutare la risposta al trattamento.
Tra i 6 mesi e i 2 anni possono ancora essere ottenuti risultati con approcci non chirurgici, anche se con il passare del tempo la risposta ai tutori tende a ridursi: dopo i 6 mesi l’efficacia dei tutori tende a ridursi e può essere necessario valutare altri trattamenti.
Displasia dell’anca nel neonato: quando serve l’intervento?
Nei casi più complessi si ricorre alla chirurgia. L’intervento consente di riportare la testa del femore nella sede corretta e:
- di rimuovere eventuali tessuti che ostacolano il corretto posizionamento della testa del femore nell’acetabolo
- di correggere la capsula articolare e i tessuti circostanti, quando necessario
- di allentare i muscoli che si sono contratti.
Dopo l’operazione può essere necessario l’utilizzo di un gesso per mantenere la posizione ottenuta.
Nei casi più delicati e nei bambini più grandi possono rendersi necessari interventi ricostruttivi più articolati, motivo per cui una diagnosi precoce permette approcci meno invasivi.